Diario

Il ricamo giapponese per me.

La mia maestra di ricamo tradizionale giapponese, Stefania Iacomi, ha invitato noi allieve a scrivere qualche riga su cosa pensassimo di questa tecnica e cosa rappresentasse per noi.
Il “tema” mi è piaciuto, anche perché spesso rifletto sulle differenze con il ricamo “occidentale” e su come io stessa mi ci approcci in modo diverso.
Questo è quanto ho scritto qualche mese fa, che Stefania, molto gentilmente, ha voluto inviare al Japanese Embroidery Center e che loro, con mia sorpresa e anche felicità, hanno pubblicato nel loro periodico informativo dell’inverno 2016.
(Grazie a Jeanine per la correzione e revisione della mia povera traduzione in inglese!)

foto1

Il ricamo tradizionale giapponese per me.

Io vivo nel mondo del ricamo da più di vent’anni, da autodidatta all’inizio, da allieva , da insegnante e professionista poi. Con il ricamo tradizionale giapponese è stato un colpo di fulmine: le foto apparse su un servizio di Rakam del 2005 mi hanno fatto innamorare di una tecnica che, ai miei occhi, coniugava un disegno pulito, quasi essenziale, ad una precisione stupefacente nell’esecuzione ottenendo una bellezza rara e tuttavia meno appariscente di altre tecniche che conoscevo.
Il mio sogno è rimasto tale fino a quando non abbiamo avuto anche in Italia una insegnante certificata dal Japanese Embroidery Center, la bravissima e paziente Stefania Iacomi. Ed ecco che ho iniziato, con molta calma, a seguire il percorso a fasi che caratterizza questo tipo di apprendimento.
Ogni anno mi ritaglio una settimana tutta per me. In quella settimana tutto si piega alle mie necessità: l’inizio dei corsi dove insegno viene slittato un po’ in avanti, il telefono viene messo in silenzioso per tutto il giorno, gli orari dei pasti si adeguano a quelli della lezione, i caffè con le amiche sono rimandati… Per una settimana vivo fuori dal mondo, o meglio, immersa in un mondo alternativo, fatto di seta e di punti dati con concentrazione.
Per me, che sono insegnante di ricamo tradizionale, imparare il ricamo giapponese ha significato rimettermi in gioco totalmente. Dimenticare – in parte – quanto già sapevo, accantonarlo nel profondo, azzittirlo, per poter imparare gestualità nuove, per comprendere una estetica diversa, per accogliere un modo di intendere l’apprendimento che lascia pochissimo spazio all’interpretazione individuale ma costringe l’allievo nei vincoli di un rigido protocollo di esecuzione.
Eppure, proprio questo rigido protocollo è quello che consente di affidarsi senza paure alla guida dell’insegnante e del professionista che a suo tempo quel protocollo ha stilato, di concentrarsi sull’esecuzione del punto, sul movimento delle mani, sulla luminosità della seta, sul momento del ricamo.
E’ anche per questo che le ore passate al telaio diventano per me un momento di distacco totale da quello che mi circonda. Anche i pensieri, e le preoccupazioni talvolta, si sospendono: è come se, in un certo, senso, il campo visivo emotivo si restringesse e l’unica cosa messa a fuoco fosse il movimento delle mani, il suono della seta che scorre nella stoffa ben tesa a telaio, i punti che uno dopo l’altro si allineano creando a poco a poco qualcosa di nuovo e di bello.
Non è certo un ricamo che si presta ad un approccio superficiale, non è un ricamo da “due punti e via” tra una telefonata e una corsa al supermercato. Già solo il prepararmi (lavarmi le mani, scoprire il ricamo, predisporre gli attrezzi) mi suggerisce che è giunto il momento di ritagliarmi una pausa dalla fretta con cui scorre la mia giornata.
E’ così che nasce l’affascinante paradosso di una tecnica di ricamo che da un lato mi richiede concentrazione assoluta e impegno nella esecuzione, e dall’altro mi rilassa e mi rasserena come poche altre cose.

Traditional Japanese Embroidery for me.

I’ve been an embroiderer for more than twenty years: self-taught at the beginning, apprentice later, teacher and author now. It was love at first sight with traditional Japanese embroidery: the pictures for an article in an Italian embroidery magazine in 2005 made me fall in love with this technique that, to my eyes, married a clean and basic design, to an astonishing precision of workmanship, obtaining a rare beauty, less showy than other techniques that I already knew.
My wish remained only a dream until there was a JEC Certified Teacher in Italy also, the very kind and talented Stefania Iacomi. With her I began to follow the learning path for Japanese embroidery.
Every year I set aside a full week for myself. In that week everything is adjusted to my needs: the embroidery courses which I teach will begin a week or two later than usual, the smartphone will be silenced, friends will have to wait for having a coffee together…. For a full week I live in another world: one made of silk and stitches and concentration.
To me, teacher of Italian and western-style embroidery, learning Japanese embroidery means taking on a new challenge. To forget – at least in part – what I already knew, hide it deep inside me, make it silent, so as to learn new gestures, to understand a different aestethic, to accept a learning method that leaves very little room for individual interpretation in its strict protocol of execution.
Nevertheless, it’s really this strict protocol that allows the pupil to entrust himself to the teacher’s guide and to the professional stitcher who, in his time, has decided that protocol, to place all attention on the stitch execution, on the hand gestures, on the luminosity of the silk, on the movements of the stitching.
This is also the reason why all the hours spent at the frame represent a way for me to distance myself from all there is around me. Toughts and worries sometimes get suspended as well: it’s how, in a certain way, the emotional range of vision narrows and the only things focused are the movement of the hands, the sound of the silk passing through the well-taut fabric, the stitches that are aligned one after the other producing, step by step, something new and beautiful.
A shallow approach is not good for this technique, it is not a kind of embroidery where you can put in “just a couple of stitches” between a telephone call and a quick shopping at the supermarket. Even the preliminaries (washing my hands, uncovering the fabric, organizing the tools) suggest to me that it is time to take a pause from my hectic everyday life.
Hence the fascinating paradox of an embroidery technique that at the same time requires absolute concentration and diligence in its execution, but relaxes and calms me down like few other thing